“Oliveri 1964” a Bagheria.La cucina come atto d’amore

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su pinterest
Condividi su linkedin
Condividi su email
Foto Copertina

La sensazione che si ha appena si entra è quella di sentirsi protetti, come dentro una nassa piccola e accogliente dove concedersi il piacere di una sosta. “Oliveri 1964” in via Vallone De Spuches, 29  a Bagheria, la “Città delle Ville”, alle porte di Palermo, è uno di quei posti che non ti aspetti. Inserito nella prestigiosa guida del Gambero Rosso edizione 2021, l’accoglienza familiare, il servizio attento, la cucina che pesca nelle ricette della famiglia utilizzando però tecniche contemporanee, spiazza soprattutto perché Claudio Gilles Croce Oliveri, under 40, è umile. Non si è montato la testa. Esce dalla cucina, si ferma al tavolo con i suoi clienti- ospiti, s’informa, chiede. Ha paura di sbagliare. Ed avere dubbi non è segno d’incertezza ma desiderio di continuare a migliorarsi. 

“Non smetto mai di fare prove – dice – e poi adesso dopo la pandemia ho deciso di buttarmi anima e corpo in questo mio, anzi nostro, progetto che è un progetto di famiglia”. Già, la pandemia segna un prima e un post in maniera inequivocabile. Ha lasciato l’insegnamento all’Associazione Centro Studi Europa, che gli piaceva soprattutto sotto il profilo umano, dove ha insegnato prima che il Covid19 stravolgesse tutto. Ha aperto “Oliveri 1964” due mesi prima del lockdown. Non si è scoraggiato. Insieme al suo mentore Tony Lo Coco, 1 stella Michelin, hanno cucinato per la Caritas. Ha aspettato e con lui la sorella Martina, il cognato Giuseppe e papà Franco, di ritornare a riaprire. Di riappropriarsi del suo sogno. “Lo sto vivendo – dice accarezzando con lo sguardo ancora incredulo la cucina a vista, la cantina, i tavoli in legno, le lampade nelle corde intrecciate che scendono dal soffitto – ed abbiamo pensato che ora è arrivato il momento di investire qui tutte le nostre energie per capire fin dove possiamo spingerci”. È un lottatore, Claudio. Ha imparato che a volte nella vita c’è un tempo in cui “si è costretti a stare immobili come un pugile su un ring quando viene messo all’angolo e poi c’è un altro tempo in cui bisogna ritornare a lottare per i propri sogni”.

“Oliveri 1964” è una dichiarazione d’amore e un atto di coraggio: nasce dalle ceneri di quello che fu il locale storico “Franco il Conte”, la trattoria di Franco Oliveri, suo padre, che segue i suoi figli in cucina senza sosta. Lo hanno riacquistato e Martina e Claudio, due dei suoi quattro figli, vogliono ricominciare da queste mura dove ha inizio la storia di famiglia. E solo dopo avere ascoltato questo racconto di vita, di cadute e di risalite, di lacrime inghiottite e di sguardi luminosi, si capisce da dove nascono le emozioni ed i sentimenti che nutrono la sua cucina.  Già dal primo assaggio, in quell’antipasto di baccalà fritto allo sfincione (uno dei suoi cavalli di battaglia) con la salsa preparata dalla nonna in estate quando metteva i pomodori stesi al sole ad asciugare, lo scalogno tritato finemente ed anche con quella frittella, mix di fave, piselli e carciofi tipico della cucina contadina, su cui adagia un uovo con guanciale dei Nebrodi. I sapori di casa, insomma. 

“Mi piace pensare che le persone ci scelgano perché amano sentirsi qui come a casa – dice Claudio – con quell’odore del sugo che si fa la domenica o nei giorni di festa. La mia cucina ha fatto della costante ricerca della semplicità la sua cifra”. E ce ne ha messo di tempo. Ha studiato le più diverse prima di scoprire quella che più di ogni altra lo identificasse. Galeotte le lezioni all’Accademia di Milano del maestro Gualtiero Marchesi. Era il 2016. “Due i piatti che mi hanno stravolto – racconta Claudio, ancora emozionato – una seppia ben cotta con salsa al suo nero ed un piatto di pasta semplice, dove a fare la differenza era proprio la qualità della materia prima utilizzata. In quel momento – ricorda – ebbi come una folgorazione: dovevo studiare per ricercare quel lusso della semplicità dove a fare la differenza sono i sapori autentici, essenziali, senza sovrastrutture. Le basse temperature che rispettano le qualità delle materie prime, valorizzandole. Avevo trovato la mia strada, la mia identità”. 

Poi la consacrazione avviene con  Tony Lo Coco, del ristorante “I pupi” e con lui la cucina siciliana si rivela  fonte inesauribile d’ispirazione, come quel risotto alla carrettiera con olive candite al posto di quelle nere. Al ritmo della stagionalità, la cucina di “Oliveri 1964” sposa prevalentemente il mare, non trascurando la carne e disvelando una passione per i prodotti della sua Baaria come gli spaghetti al limone verdello, bottarga e gamberi.  Una sinfonia di sapori e profumi dove s’intrecciano ricordi, contemporaneità, freschezza e colori di chi in cucina come nella vita non ha smesso di essere un vero giocatore, perché, come canta De Gregori,  “ lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”.

mood_bad
  • Non ci sono commenti.
  • Lascia un commento

    Potresti essere interessato a