L’UomoSenzaTonno

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Marco Giarratana, alias l’Uomo Senza Tonno, è oggi un blogger di successo, “Scièf a domicilio” e da poco anche scrittore. Il suo “Romanzo con angolo cottura” edito da Longanesi, è il racconto autobiografico di un giovane uomo che da una cittadina di provincia del profondo e depresso entroterra siculo, si trasferisce a Milano sperando di trovare fortuna ed il suo posto nel mondo. L’epilogo è però diverso e lo vede confrontarsi con un licenziamento e uno sfratto che si susseguono a distanza di pochi giorni. Marco però non si dispera. Il libro è il racconto di come sia riuscito contemporaneamente a vincere la paura del giudizio degli altri e a guadagnarsi da vivere attraverso alcune delle sue passioni: la scrittura e la cucina.

Ironico, brillante grazie ai continui rimandi letterari e con i suoi post divertenti sui social, Marco è riuscito a conquistare un nutrito seguito di follower. Le sue sperimentazioni in cucina sono insolite, il modo di raccontare i piatti è diretto e non si prende troppo sul serio. Piace per la capacità di raccontare la sua vita e quella dei familiari senza inutili convenevoli, in maniera autentica, non tacendo le difficoltà, ansie e paure.
Durante la presentazione del suo libro a Caltanissetta presso la libreria UBIK, lo abbiamo incontrato per parlare con lui di cibo, di chef e del suo percorso.

-Cominciamo dal nome, perché UomoSenzaTonno?

“È un nome che è venuto fuori quando lavoravo ancora da Groupon, mentre completavo la scheda di descrizione di un ristorante. Giocavo con il titolo di un film “L’uomo senza sonno”, qualcuno mi ha detto anche che somiglio al protagonista, non saprei. Ho giocato con le parole e quando ho deciso di aprire il blog, mi è sembrato lo pseudonimo perfetto, esprime il lato giocoso, il mio voler parlare di cibo senza prendersi troppo sul serio.”

-Ti ispiri a qualcuno quando cucini?

“Non ho alcun riferimento, nessuna ispirazione se non quella della cucina casalinga. Mi piace invece studiare le varie cucine del mondo: cinese, giapponese, peruviana e poi rielaborare con gli ingredienti che riesco a trovare a Milano.”

-I piatti che posti sul blog e su Instagram sono piatti molto originali, con ingredienti che difficilmente siamo abituati ad accostare tra loro. Quanto c’è di te nei piatti che proponi nel tuo menu a domicilio?

“C’è moltissimo di me. C’è il contrasto, la provocazione e la ricerca continua dell’equilibrio, nei piatti come nella mia personalità.”

-Chi ti segue sui social saprà che non sei un fautore della cucina gourmet. Cosa non approvi di quel tipo di ristorazione?

“Non mi piace la cucina autoreferenziale. Noto che molto spesso la cucina gourmet è una cucina che vuole solo celebrare gli chef, mentre io vorrei una cucina per il popolo, per tutti, facilmente decodificabile negli ingredienti, nei sapori, in cui si capisca facilmente ciò che chi cucina vuole comunicare. Da un lato la cucina gourmet è utile per l’avanguardia e la ricerca, ma dall’altro tende troppo a parlare solo a se stessa e a non confrontarsi. Me ne sono accorto andando ad alcune rassegne in cui ho avuto l’impressione di assistere a una rappresentazione teatrale, in cui gli attori, chef e giornalisti, parlavano di temi come l’ambientalismo, la convivialità, il fattore umano eccetera, ma a me sembrava che parlassero solo a se stessi dimenticando l’interlocutore finale: il commensale.
Invece, dal momento che il cibo è qualcosa che tutti consumiamo quotidianamente, vorrei che la cucina “altolocata” trovasse un linguaggio più comprensibile, che non significa abbassarne il tono, anzi, dico che dovrebbe essere proprio l’elite della cucina a guidare la massa verso un’altra strada. La mia idea di cucina è sì una cucina raffinata, ma che dialoghi con le persone. Il cibo è un messaggio sociale, politico, antropologico, basta pensare al fatto che il consumo critico è un atto politico. Io per esempio, con i miei acquisti al mercato scelgo di aderire a un certo modello economico dove il piccolo produttore è al centro, nessuna roba industriale entra nella mia cucina. Per questo ho pensato che nel prossimo futuro vivrò per un periodo in una fattoria per comprendere il valore che c’è dietro il cibo e al suo processo di produzione.”

-Mi sembri particolarmente deluso soprattutto da ciò che sta dietro il mondo del cibo…

“Si è vero. E sono stanco di sentire parlare di “Food” anziché di cibo. Ci sono molti locali a Milano ben trattati dalla critica che in realtà sono dei veri e propri pacchetti commerciali preconfezionati e studiati attraverso un piano di marketing. C’è un sacco di gente che sta entrando nella ristorazione e che di in realtà quest’ultima non sa quasi nulla: ex pubblicitari, architetti e designer che cercano di arraffare un pezzo di questa grande torta del “Food” in cui tutti si lanciano.”

-Parliamo della tua esperienza di Scièf a domicilio.

“È un’esperienza molto bella e divertente, mi offre l’opportunità di conoscere molte persone e uno spaccato reale di vita e di sapori dei posti in cui vengo ospitato per cucinare. Così come i ristoranti, che spesso sono quelli frequentati dagli indigeni: trattorie fuori dai circuiti delle guide in cui si mangiano prodotti tipici del luogo, si sentono i sapori autentici e la cultura di un posto.

-Cos’è il cibo biliciaro?

“È il vero cibo da strada, senza fronzoli, non fighetto e non da rassegne, che va bene se non rispetta le norme igieniche. Il cibo biliciaro ama l’unto e anche se potrebbe farti del male, ti vuole un sacco di bene.”

E anche per questo che piace l’UomoSenzaTonno, perché dove i gourmand avrebbero utilizzato la parola “comfort food”, lui riabilita e rende cool la parola più bistrattata del vocabolario siciliano, dove il biliciaro è il ragazzaccio che perde i suoi giorni per strada.
Marco del suo stare “on the road” ne ha costruito la sua fortuna e restituito una costruttiva e divertente storia da raccontare.

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