Le nuove sfide del vino siciliano: sostenibilità, digitale ed export

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Assovini Laurent-Bernard-de-la-Gatinais

La Sicilia del vino continua la sua inarrestabile corsa verso l’affermazione di uno stile sempre più apprezzato dai consumatori di tutto il mondo.

Chi decide di acquistare un’etichetta siciliana sceglie sempre più un territorio, una tradizione, una storia di famiglia.

La pandemia è stata un duro banco di prova ma il comparto vitivinicolo dell’isola ha decisamente retto il colpo. Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce oltre 90 produttori, ha dichiarato che il 2020 si è chiuso con una leggera flessione del 5% sulla produzione dei vini Doc Sicilia, una fotografia che lascia ben sperare per l’immediato futuro.

Le nuove sfide del vino siciliano si giocano sul piano della sostenibilità e della valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio anche in chiave enoturistica, nei mercati digitali dove occorre competenza, nella formazione e nell’export.

Tre domande al presidente di Assovini Sicilia, Laurent De La Gatinais, delineano un delicato momento di transizione per il panorama enologico dell’isola: il vino siciliano è percepito come un prodotto di alta qualità ma è questo il passaggio in cui è necessario rilanciare e scommettere ancora sulla creazione di percorsi esperienziali, sulle certificazioni a basso impatto ambientale, sul capitale umano.

Il vino come alfiere di un turismo sempre più lento ed immersivo nel territorio, unopportunità di fruizione esperienziale che dal fronte enologico si riversa su gastronomia, arte, risorse naturali e culturali. 

Ce ne parli…

“Il vino è sempre stato ambasciatore del nostro Paese, la Sicilia in particolare ha negli anni recenti investito il vino di un significato più ampio della produzione in senso stretto. Oggi il web ci offre una grande opportunità: ai fruitori di tutto il mondo, tramite Internet, possiamo raccontare chi siamo, attirando un pubblico più sensibile che ama scavare in profondità e ricostruire a ritroso la filiera del vino, ritrovando dietro di esso un paesaggio, una storia gastronomica e culturale, un mosaico di identità e persone che sono parte attiva della ricchezza siciliana. Un dato significativo è che trovare un alloggio diventa sempre più difficile in tutta la regione. La sensazione è che gli italiani e i siciliani stiano finalmente riscoprendo l’immenso patrimonio artistico che li circonda e che gli stranieri a breve torneranno.”

In Sicilia si assiste spesso a uno scenario complesso di aziende che lavorano in biologico, usano fonti rinnovabili e fanno scelte rispettose dellambiente, ma mancano le certificazioni.

In uneconomia che vuole essere sempre più verde e sostenibile, quanto conta la burocrazia delle certificazioni, a suo parere?

“Qualcuno lo ha considerato un’integrazione al reddito, molti produttori ne hanno sposato l’impegno concreto e concettuale credendoci da sempre. Anni fa c’era una certa diffidenza nei confronti del biologico, la domanda scontata era: il tuo vino è biologico, ma è anche buono? Il lavoro fatto in questi anni ha ribaltato questa percezione e adesso siamo alla fase successiva, in cui il goal non è più raggiungere il sistema biologico ma operare una produzione rispettosa dell’ambiente in tutte le sue fasi. Ecco perché Assovini, in collaborazione con il Consorzio Sicilia D.O.C., ha creato SOStain, un programma di sostenibilità per la vitivinicoltura siciliana promosso allo scopo di certificare appunto la sostenibilità del settore vitivinicolo regionale attraverso rigorosi indicatori che permettono alle aziende di misurare il proprio livello di sostenibilità e di ridurre, di conseguenza, l’impatto sull’ecosistema. La nostra isola è il vigneto bio più esteso d’Europa per clima favorevole e vocazione produttiva, perché non farne un plus e certificarlo? È una sfida su cui i produttori si giocheranno tutto: la mia visione in prospettiva è che chi non si muoverà in questa direzione rischierà di essere tagliato fuori dal mercato, che è sempre più sensibile riguardo ai temi ambientali. La Sicilia farà un passo avanti quando perfezionerà questo processo, che è già in atto: al momento le aziende in SOStain sono più o meno 10 e siamo appena all’inizio, forse possiamo anche essere considerati un case history che mostra come i produttori si stiano associando a tutti i livelli, a scapito dei luoghi comuni in Sicilia esiste una realtà molto coesa come magari non avviene in altre regioni. I grandi maestri ci hanno lasciato questo insegnamento: la Sicilia ha voglia di esserci e vivere da protagonista il mondo vitivinicolo ed imprenditoriale.”

Ricambio generazionale: dallEtna a Camporeale, sono moltissime le aziende che stanno effettuando questo delicato passaggio aziendale in tutta lisola. Quali, secondo lei, i cardini di questa transizione affinché avvenga nel modo più proficuo possibile?

“Fare impresa in Sicilia può essere complicato, chi ha le capacità e la voglia di riuscire va avanti anche in condizioni estreme come quelle che abbiamo vissuto: non tutti lavorano con la grande distribuzione, non tutti sono riusciti ad affacciarsi ai mercati esteri, se a questo aggiungiamo la ristorazione chiusa, capiamo quanto il gioco sia stato duro. Eppure i nostri viticoltori stanno resistendo e stanno lavorando sulle solide basi gettate dai padri e dai nonni, aggiungendo alle loro aziende grande reattività. Sicuramente il meglio della transizione generazionale sta nella sintesi: far tesoro dell’esperienza del passato e guardare al futuro con ottimismo, voglia di fare e intuizione. In questo ricordo mio nonno: fino all’ultimo momento parlavamo dei progetti da realizzare e non del passato”.

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