Giovanni Grasso e la sottile linea che unisce Sicilia e Giappone

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chef Giovanni Grasso

Giovanni Grasso, classe ’87, è un giovanissimo e brillante chef siciliano che si occupa della scuola di cucina Chef con la Coppola in quanto membro formatore e cofondatore. Nonostante il suo lavoro e la sua vita si muovano in terra sicula, ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo. In giro per l’Italia, poi in volo verso la Svizzera ed infine in Costa Azzurra, a cucinare per i vip dello star system accanto ai maestri dell’arte culinaria. Sembra proprio che Giovanni non abbia mai smesso di avere la passione per imparare, aggiornarsi e riscoprirsi. 

Qualche anno fa, ad un certo punto della sua vita e della sua carriera, decide di viaggiare ancora una volta. Viene affascinato dal Paese del Sol Levante, andando ancora più lontano ed immergendosi in una cultura distante da quella occidentale. Un biglietto aereo con destinazione Osaka, la cosiddetta città del buon cibo. Ha poi curiosato a Kyoto tra i suoi magnifici templi, senza perdere l’occasione per visitare il Nishiki Market, uno dei mercati più antichi, che continua a pulsare dal 1310. Infine a Tokyo, dove si è recato al mercato ittico di Tsukiji, che è stato il più grande mercato del pesce del mondo.

Hiroki Nakanoue e Giovanni Grasso
Hiroki Nakanoue e Giovanni Grasso

Il suo soggiorno però non è stato una vacanza, ma anzi un periodo di formazione molto importante, a livello umano oltre che professionale. Giovanni è molto grato di ciò che ha vissuto e di ciò che tuttora rimane nel suo operato, perché non è semplice trovare lavoro in Giappone come straniero, ma il suo amico Yasuyuki Totsu, conosciuto nel 2010 nelle cucine del ristorante stellato “La Capinera” di Taormina, è riuscito a dargli la possibilità di vivere questa esperienza lavorando come stagista. Difatti, in quest’occasione, Grasso ha avuto l’onore e il piacere di imparare la sacralità del sushi dallo Chef patron Hiroki Nakanoue che lo accoglie nel ristorante Sushiyoshi di Osaka. Il celebre Hiroki Nakanoue è anche cofondatore di altri Sushiyoshi in alcune delle metropoli più importanti dell’Asia, quali Taipei, Bangkok e Hong-Kong.

«La mia idea iniziale era quella di mischiare la cucina antica giapponese alla cucina antica siciliana – racconta Giovanni Grasso – per poter creare qualcosa di mio che rappresentasse la mia esperienza. Poi realmente, arrivato lì, mi sono sentito fuori dal mondo. Ho viaggiato tanto in vita mia ma non pensavo di potermi trovare totalmente fuori dagli schemi avuti fin lì».

Eppure, questo essere fuori dagli standard è la particolarità di Giovanni e di Nakanoue, che per tale caratteristica ha scelto di insegnare ad un giovane ragazzo italiano la cucina nipponica. Anche perché, come racconta divertito Giovanni, nella lingua giapponese non esiste una parola per dire “No”. Giovanni, però, decide di dire No al sushi europeizzato, che ormai sta spopolando in qualsiasi città occidentale.

«La mia protesta, in sincerità – spiega lo chef acese – è nata perché ho notato che durante il lockdown molti ristoranti hanno iniziato a fare sushi perché più semplice nel trasporto per il servizio a domicilio.
Il problema è che in tanti si sono improvvisati, guardando anche video tutorial, ma purtroppo non si pensa a cosa ci sta dietro a quel determinato procedimento. Penso che questa pratica stia oltrepassando i limiti. Si perde anche la qualità, non c’è un’idea di base su ciò che dovrebbe essere il sushi, ossia semplicemente pesce fresco, riso e verdure. Non si può più nemmeno chiamare “sushi”».

Sushi chef giovanni grasso

La domanda sorge spontanea: il Giappone e la Sicilia possono incontrarsi? Come racconta Grasso, noi siciliani il sushi lo mangiamo da sempre grazie al nostro mare. Ci sono difatti molte similitudini nella filosofia del mangiare giapponese e in quelle del mangiare siciliano. In entrambe le culture si trova la ritualità antica nei rispettivi sapori tipici, tuttora molto presente nella nostra contemporaneità. Quando le madri e le nonne cucinano, il tempo si ferma, si fa tutto in un certo modo e non in un altro. Il “tramandare” porta sempre all’innovazione, ma è comunque un processo di tradizione e di nuove generazioni. Il senso dello spirito è conservato con cura.

I chilometri che separano questi due luoghi sono 9.997 e sembra quasi un numero fortunato. Per Giovanni Grasso, almeno, lo è stato sicuramente.

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