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Di Bella Vini. Quando la cantina fa ricerca: un esempio di sinergia

by Valeria Lopis Rossi
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Mangiare e bere sono atti agricoli e parafrasando, lo scrittore ambientalista Wendell Berry la percezione è che il “nuovo” possa esistere solo ritornando al “vecchio”, sostenuto da gestioni responsabili della terra e rinforzato dalle pratiche etiche. Un’idea affine e vicina a chi pensa che “il futuro della tradizione” sia il prossimo scenario auspicabile. Come Sebastiano Di Bella, produttore tra Noto (SR) e San Giuseppe Jato (PA), che ha privilegiato i vitigni autoctoni (con la sola splendida eccezione del Syrah, che in alcune aree si può ormai considerare una varietà tipicizzata) e dal 2006 è sul mercato con vini monovarietali prodotti dai circa 23 ettari dell’azienda. La cantina situata in Contrada Feotto, nel Comune di San Giuseppe Jato, è il cuore pulsante dell’etichetta che ha ereditato un know-how familiare dedicato già nelle generazioni passate alla vinificazione professionale. I vigneti distesi lungo la valle dello Jato vocati al catarratto, al syrah e al grillo accolgono la biodiversità nel solco della tradizione coesistendo insieme a cultivar di ulivi e frumento.

Nel versante opposto dell’isola Di Bella coltiva soprattutto le uve a bacca rossa: è dalle campagne assolate di Noto che Di Bella produce i vini più caldi e strutturati, soprattutto il nero d’avola, che in questo terroir restituisce una fine espressione. Un aspetto peculiare dei vigneti è l’altissima densità, fino a circa 8.000 piante per ettaro, assunto di base per grandi vini rossi. Non è un caso che la contrada si chiami “Buonivini”, retaggio antico che scorre a ritroso fino agli antichi romani: ne è testimone un mosaico che tutt’oggi campeggia negli ambienti della Villa del Tellaro (IV sec. a. C.) che ritrae, come in un fotogramma, un giovane che mesce del vino rosso, eccellenza locale già allora.

Solidi presupposti sui quali Sebastiano Di Bella ha pensato di irrobustire la sua attività attraverso la ricerca, instaurando una sinergia con il Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie Agroalimentari coordinato dal Prof. Paolo Inglese. Un progetto dai ruoli invertiti, che vede l’azienda privata finanziare l’ente pubblico attraverso una collaborazione che permette alla cantina di godere delle condizioni e tecnologie ottimali frutto del lavoro di ricerca degli studiosi e all’Università di affinare il lavoro puntando all’eccellenza, anche nello sfornare laureati con competenze specifiche.

La prima convenzione, attivata nel 2018 e successivamente consolidata da Di Bella con l’erogazione di 2 borse di studio, è nata a favore degli studi che si sono concentrati sull’individuazione e selezione dei lieviti indigeni, sul rapporto tra zonazione e perfomances del vitigno, sulla longevità e corretto invecchiamento dei vini bianchi.

Il programma “Wine Bio Flavouring”, coordinato dai Docenti Nicola Francesca e Giancarlo Moschetti, mette insieme le competenze di un team che si avvale anche di consulenti esterni come gli enologi Vincenzo Mercurio e Vincenzo Naselli.

Le proporzioni della ricerca viaggiano su scala reale: per ogni “prova” tecnica di produzione si è lavorato su circa 2000 bottiglie con un focus soprattutto sul catarratto, che è stato declinato in 32 varianti frutto di altrettanti protocolli.

Dopo il progetto pilota, fortemente voluto da Di Bella, anche un’importante multinazionale si è avvicinata al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari di Palermo, attratta dai risultati concreti ottenuti.

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